Perle e Coralli

Perle: il dono del mare

fascia in oro giallo, pavè di diamanti su oro bianco e perla nera 

Ecco un piccolo glossario:

Perla australiana.
Comunque detta anche South sea assomiglia alle birmane ma vale un pò meno. Può raggiungere i 17mm di diametro contro la misura standard di 8-15mm. Il colore tende all’argento e al ghiaccio più che al bianco (la raffinata sfumatura di colore “grigio perla”). Difficilmente avranno forma sferica: sono prevalentemente ovali e talvolta barocche.

Perle barocche.
Si può dire che siano figli nati male, ovvero con una forma irregolare rispetto a quella comunemente sferica della perla. I gioiellieri le chiamano anche “scaramazze”.

Perle birmane.
Simili strutturalmente alle australiane, a causa delle migliori condizioni ambientali del mare in cui si formano, di solito sono più belle.

Perle biwa.
Vengono prodotte da un particolare tipo di mollusco coltivato nel lago Biwa in Giappone. Di solito sono irregolari. Il termine è usato anche come sinonimo delle perle d’acqua dolce
.

Perle blister.
Creazioni anomale e naturali nella faccia interna della conchiglia. Rarissime come tutte le perle vere, da coltivate assumono il nome di “mabè”.

Perle blu.
Sono perle naturali con centro molle.

Perle keshi.
Sono un’anomalia naturale di un prodotto artificiale. Si producono per caso dopo l’intervento umano sul
mollusco.Non presentano nucleo come le perle naturali, cosa che rende difficile il riconoscimento anche ai raggi x. Di piccole dimensioni, vengono comunemente usate per fabbicare gioielli a più fili.

Perla giapponese
Ha la miglior lucentezza tra le coltivate.Lo si deve alle caratteristiche geografiche delle coste del Giappone che essendo frastagliate e ricche di baie, accolgono e mantengono meglio le ostriche. In teoria, dopo le naturali sono quelle che valgono di più.

Perla mabè.
Tecnicamente sono blister di coltura, ovvero perle semisferiche da tagliare, pulire e lucidare.

Perle di Majorca.
Imitazione delle coltivate. si ottengono immergendo una sferetta di plastica in una sostanza chiamata “essenza d’oriente” (scaglie di pesce triturate e colla) fino al rivestimento. Valgono pochissimo e tendono a spellarsi con l’uso.

Perle di vasca.
Il procedimento è identico a quello delle perle di Majorca, ma essendo il nucleo fatto da materiale poroso, non si spellano.

Perle di Kobe.
Si chiamano anche Nikkon-kobe e come le precedenti due vanno bene al massimo per gioielli fantasia. Hanno un nucleo di madreperla su cui vengono depositati strati successivi di vernice alla nitrocellulosa.

Perla nera.
Una variante piuttosto rara delle perle coltivate a Tahiti. 

Perle e dintorni

Dobbiamo le perle alla “suscettibilità” di alcuni molluschi che, sentendosi disturbati dall’entrata di un corpo estraneo nella loro conchiglia, reagiscono coprendolo in strati successivi di un materiale organico chiamato conchiolina. Dopo un periodo di tempo quantificato da infinite variabili (il tipo di mollusco, temperatura,profondità e composizione dell’acqua in cui si trova, caratteristiche dell’intruso) nasce una perla: più o meno grande, variamente colorata, con forme e misure diverse, ma sempre e comunque bellissima.

  Questo procedimento, detto “perlagione”, è del tutto naturale, ma può anche essere provocato artificialmente: basta inoculare nel mollusco produttore un nucleo centrale, generalmente una sferetta di madreperla, per indurlo a produrre il rivestimento perlifero. 

A mettere a punto la moderna tecnica di coltivazione delle perle è stato il giapponese Mikimoto alla fine della prima guerra mondiale. Una scoperta rivoluzionaria che ci permette di continuare ad ornarci di perle anche se ormai in natura sono praticamente introvabili. Colpa dell’inquinqmento? Probabile: l’acqua, di mare o di fiume che sia, è uno degli ambienti più deteriorati che ci siano al mondo…e la caratteristica principale di una vera ostrica perlifera è proprio la sua altissima sensibilità.

Storie e leggende

Simbolo lunare legato all’acqua e alla donna, sono usate fin dall’antichità tanto per gioielli straordinari quanto per esoterismi, magie e cure madiche. in India le ritenevano una panacea per tutti i mali. L’europa le usava per trattare malinconia,epilessia e demenza. Cleopatra beveva perle sciolte nell’aceto per mantenere candida la pelle, mentre in Oriente, ancora oggi, si pestano in un mortaio piccole perle da mettere dentro una crema nutriente oppure da inghiottire per riequilibrare i sali minerali dell’organismo.

Madreperle e perle incrostano tutti i troni dei re, a cominciare da quello del Pavone sul quale sedevano gli scià di Persia. Trafugato nel ’700 dall’India, questo prezioso sedile aveva due gradini coperti da pietre preziose e uno schienale a forma di pavone in cui ricorrevano più frequentemente decorazioni di perle e lapislazzuli. Nell’800 lo Scià Muhamad Khan vendette tutto e fece fondere l’oro per farsi rifare un trono con al centro il simbolo del sole. Ironia della sorte: pochi anni dopo questa decisione avrebbe incontrato la donna della sua vita che si chiamava Tavus,cioè “pavone”. Per amor suo restitui’ alla dinastia il nome di Trono del Pavone, ma l’antico capolavoro era irrimediabilmente perso.

Tipiche le piccole perle usate dagli orafi del XVIII secolo in sicilia per decorare monili in filigrana dalla stupenda fattura. Un paio di orecchini a forma di nave in oro smalto e perle che hanno incantato i visitatori della mostra “Ori e argenti di sicilia ” del 1989. Un incredibile parterre di perle accompagnò per tutta la vita la Regina Elena di Savoia che a detta dei maligni nascondeva un collo cortissimo sotto i lunghissimi fili. Non si può dimenticare che nel 1917 Pierre Cartier regalò a Maise Plant una collana di perle naturali del valore di un milione e mezzo di dollari per convincere la signora a far da intermediario presso il marito, morton, proprietario del palazzo sulla Quinta Avenue in cui il gioielliere voleva aprire la propria sede newyorkese. Negli anni 80,Eric Nussbaum, curatore degli archivi storici della maison francese, recuperò per pura fortuna uno dei più bei gioielli in perle firmati da cartier.Si tratta di un pendenta con una perla rosa naturale talmente grossa e colorata da essere stata scambiata dall’incauto battitore d’asta a Liverpool per un bel corallo. Grosse come uova di pettirosso erano le perle di Caterina la Grande di Russia comprate dal miliardario americano Horace Dodge per un milione di dollari. Le perle nere più famose del mondo? Una collana formata da 30 esemplari enormi che facevano parte del tesoro della corona austriaca. nero e stupendo era anche il sutoir preferito dell’imperatrice Eugenia. bianche e straordinarie erano le perle che formavano i 5 fili che l’aristocratico francese Boniface de Castellane detto “Boni”, regalò ad Anna Gould, una delle donne più brutte del mondo ma dotata di un patrimonio valutato nel 1895 attorno ai 60 milioni di franchi. Elsa maxwell, invece raccontava che la sua amica Barbara Hutton fece ingoiare ad un’oca il filo da 53 perle che le era stato regalato dal padre in occasione del suo matrimonio con il principe Midvani. L’eccentrica miliardaria riteneva che il “passaggio” avrebbe migliorato la salute delle perle, non certo quella dell’animale!

C’è perla e perla…..

Henry James sosteneva che l’uomo ha un destino ineluttabile: i suoi stessi natali. Identica cosa succede alle perle su cui però è ancora più difficile generalizzare fatta salva la distinzione tra “coltivate” e “naturali”. Essendo virtualmente diventate introvabili, queste ultime sono in assoluto le più pregiate: roba da collezione, con prezzi che si aggirano tra i 15.000 e i 50.ooo euro. davanti ad una simile spesa sarebbe pazzesco affidarsi a metodi di riconoscimento empirici come strofinare la perla contro i denti: l’unica certezza viene fornita da una complicata analisi del nucleo fatta ai raggi x dagli esperti.

E’ bene sapere però che teoricamente le perle naturali nascono nei mari di India, Giappone, Australia, Thaiti, Messico, Venezuela e Panama. In pratica possono nascere anche nell’acqua dolce dei fiumi e dei laghi e in quella di apposite vasche per la coltivazione. A proposito di perle coltivate, intervengono ulteriri distinzioni: facendole nascere in Giappone si ottengono prodotti grandi al massimo 10 o 11 mm di diametro. Invece dai mari tropicali di Birmania, Australia, Polinesia e Filippine possono arrivare perle con un diametro fino a 18mm, ma è quasi impossibile che siano sferiche.  Per determinare il valore di una perla, bisogna  considerare oltre alla sfericità, la forma in genere, il colore, le imperfezioni superficiali, l’iridiscenza, la lucentezza, la grandezza e l’oriente, detto anche “fuoco della perla”.

 

Il corallo

Ovidio nelle Metamorfosi canta le ninfe che giocano a intingere ramoscelli nel sangue del capo reciso della Medusa e a gettarli nel mare dove, inabissandosi,  prolificheranno dando origine al corallo rosso.

Il mito della Medusa è uno dei più popolari e affascinanti dell’età antica. Delle tre Gorgoni, figlie di Forco e di Ceto, soltanto Medusa era mortale e, in origine, bellissima. La leggenda vuole che le tre sorelle fossero trasformate in mostri da atena. Per la sua avvenenza, Medusa infatti suscitato l’amore di Poseidone che, nottetempo, la condusse nel tempio di Atena. Offesa per la profanazione del luogo a lei sacro, la dea conferì alla sfortunata fanciulla un aspetto orribile: gli occhi diventarono come di fuoco, dalla bocca spuntarono due zanne e i capelli si tramutarono in serpenti. Così orribilmente trasformata le conferì il malefico potere di rendere di pietra chiunque posasse direttamente lo sguardo su di lei.

Medusa e le sue sorelle si rifugiarono nel paese degli Iperborei, circondate da un paesaggio reso sinistro dalle statue di pietra di coloro che avevano osato guardarle.  Medusa verrà uccisa da Perseo figlio di Zeus, che, reso invisibile dall’elmo di Ade, signore degli inferi, raggiunse l’isola di Medusa servendosi di calzari alati e, guardando il mostro riflesso nello scudo di bronzo  donatogli da Atena, lo colpì a morte. Uccisa Medusa, Perseo depose la sua Testa in una bisaccia magica e ne fece dono ad Atena

Il corallo è apparso sulla terra presumibilmente cinquecento milioni di anni fa. I reperti archeologici più antichi che affermano la conoscenza del corallo presso i popoli risalgono alla fine dell’età paleolitica come testimoniano alcuni grani di corallo rosso rinvenuti presso l’insediamento di Chamblades sul lago Lemano in Svizzera, mentre all’età neolitica è da attribuire un monile in corallo scoperto tra le sepolture della “Grotta dei piccioni” presso Chieti. In età storica il corallo è largamente usato presso i popoli del Medio Oriente e dell’area Siro-palestinese, ora sooto forma di ornamenti poveri, ora sotto forma di ornamenti ricchi e preziosi. Anche i Fenici apprezzavano il corallo, tanto da diventare esperti commercianti e artigiani finissimi nella fabbricazione di monili e amuleti. In età classica Smirne, Magnesia, Samo, furono centri attivissimi nella lavorazione e nel commercio del corallo. Ed è grazie alla cultura greco-latina che il corallo entra nel mondo della poesia attraverso le Metamorfosi in cui se ne esaltano le proprietà magiche. Considerato antidoto nei casi di avvelenamento, efficace contro il morso degli scorpioni, capace di sconfiggere la siccità.

In Plinio leggiamo che il corallo polverizzato e ingerito con acqua e vino è efficacissimo contro l’ulcera. Alcuni reperti archeologici testimoniano che i Galli usavano arricchire i finimenti dei cavalli, le spade, gli scudi e le corazze con pietre di corallo incastonate. Fu il Medioevo a segnare la fortuna del corallo attraverso una fitta rete di scambi commerciali, fortuna che coinvolse anche il mondo della pittura e gli artisti più insigni dell’epoca. interessanti testimonianze dell’uso profano e religioso del corallo nei secoli XIII e XIV ci provengono dall’arte pittorica italiana, soprattutto toscana,umbra e siciliana. La scuola antonelliana è ricca di raffigurazioni di Gesù Bambinocon al collo una collana o un rametto di corallo e in corallo è il rosario della famosa Madonna del Rosario (museo regionale di Messina).

 

Considerato per molto tempo un vegetale, venne annoverato fra la flora silente del fondale marino ed erroneamente accomunato agli atolli dei mari del sud, bellissimi ma che non forniscono materiale da gioielleria. Questa convinzione venne accantonata quando si scoprì che i banchi corallini costituiscono l’impalcatura sulla quale vive un piccolo organismo polipiforme, di colore bianco che si riproduce  per via sessuale e per germinazione.

Tra individui di sesso diverso c’è una netta separazione, si hanno quindi colonie costituite soltanto da maschi o da femmine, se la colonia è bisessuale, i sessi occupano rami separati. Quando la riproduzione è di tipo sessuale, il maschio sprigiona i suoi spermatozoi che vanno a fecondare le numerose uova deposte sulla femmina. Le uova fecondate libere e vaganti, scendono nel fondo marino dove non appena trovano un supporto al quale attaccarsi, formano una protuberanza che si sviluppa in polipo. Esso secerne carbonato di calcio costituendo l’impalcatura per la nuova colonia. I successivi polipi che si formeranno, che possono definirsi secondari, “germogliano”  lateralmente, conferendo alla colonna di carbonato di calcio la forma di un albero ricco di rami dai quali se ne sviluppano altri sempre più piccoli.

Poiché per vivere e svilupparsi, il corallo, ha bisogno ai acque temperate, calme e limpide, il corallo alligna nel Mediterraneo e nei mari della Malesia e del Giappone. La pesca è affidata ai “corallari”: il corallo viene staccato dal fondale con uno strumento chiamato “ingegno” costituito da due barre di legno zavorrate a forma di croce dalle quali pendono un gran numero di reti che si impigliano sui banchi di corallo e li strappano dalle rocce dove sono attaccati. Dal 1954 al 1970, per la pesca del corallo sono state utilizzate le attrezzature dei sommozzatori: il corallaro si calava sul fondo marino e usando una piccola piccozza chiamata il “male e peggio” poteva staccare il tronco corallino.

Dopo il 1970 il corallaro sommozzatore è stato in parte sostituito da piccoli sommergibili capaci di lavorare dove l’uomo non avrebbe potuto calarsi.

Ma il risultato di tutti questi efficaci sistemi di pesca era la distruzione indiscriminata di intere colonie non più in grado di svilupparsi. In modo più razionale e oculato è avvenuta la pesca del corallo nell’area mediterranea, in particolare in Sicilia, dove già era praticata alla fine del predominio islamico. Particolarmente fiorenti furono le botteghe artigiane di Trapani, Genova e Napoli. Fino al 1500 le committenze riguardavano soprattutto oggetti sacri e piccoli ciondoli scaramantici. Nel XVI secolo l’amore per il bello e il lusso pervase anche il mondo di coloro che lavoravano il corallo, i corallari, e la loro arte divenne così raffinata da meritare la fiducia di personaggi illustri che ad essi affidavano la creazione di oggetti destinati in dono a principi e re. Nel 1600 le botteghe di Trapani toccarono il momento di più alto splendore e godettero di particolari privilegi come quello di poter lavorare a Barcellona pur essendo stranieri. Anche in questo secolo la produzione era basata su oggetti sacri, ex voto, presepi, crocifissi, lampade destinate agli altari, tra le quali spicca la lampada di eccezionale grandezza realizzata nel 1963 da Matteo Bavera per la chiesa di san Francesco di Trapani.

Non meno raffinata è la fattura dei “paliotti”, realizzati dai corallari di professione ma anche dalle suore che si dedicavano a questa preziosa forma di ricamo. Interessanti sono i paliotti di Casa Professa e Palazzo Abatellis a Palermo che riproducono temi  che riecheggiano la cultura araba e normanna presenti nell’isola. Di grande ricchezza decorativa è il paliotto della Chiesa del Gesù di Casa Professa riconducibile alla prima metà del 1600. L’iconografia in esso riprodotta è da ricondurre alla simbologia del sacrificio di Cristo (l’Agnello mistico) e l’uva rossa che pende dai tralci di vite rappresenta il sangue divino. Alla ricca produzione ecclesiale si affianca una produzione laica altrettanto preziosa. Gli ornamenti muliebri in corallo in origine furono molto modesti, ma quando i corallari mostrarono le loro capacità, i nobili e l’alta borghesia affidarono ad essi committenze sempre più impegnative. Sotto le sapienti mani degli artisti nascono i cammei, minuscoli capolavori ispirati alla mitologia greca, che davano vita a collane, bracciali, orecchini. Durante i secoli, l’uso del corallo ha rispecchiato mode diverse adattandosi al gusto estetico imperante. Nel ’700 e ’800, alla produzione di oggetti di ispirazione mitologica si affianca una produzione di gioielli in corallo accoppiato a perle, lapislazzuli e oro. Nel XX secolo l’alta gioielleria lo accosta al diamante, all’onice, allo smeraldo: Bulgari, Sterlè, Cartier, fino agli artisti degli anni sessanta-settanta si sono serviti del corallo per creare oggetti che apparivano provocatori agli occhi dei tradizionalisti, il cui fascino non è affidato esclusivamente alla preziosità delle gemme, ma soprattutto all’originalità e alla raffinatezza della manifattura.