Rubino: la gemma di fuoco

Rubino è il colore di certi vini, dei velluti più seducenti, del fuoco eterno della passione.

Rubino è sprattutto una pietra preziosa. T ecnicamente parlando corrisponde alla varietà rossa del minerale cristallino denominato ” corindone. I chimici dovrebbero chiamarlo” sesquiossido di alluminio”.

Rari i rubini oltre i due carati, quasi impossibile trovarli puri tanto  nelle miniere di Ceylon che producono una varietà rosso chiaro che vira al violaceo, quanto in quelle del Siam dove si estrae la maggior parte delle petre che sono di un rosso scuro tendente al bruno. Qualcosa arriva anche dall’Africa e dagli Stati Uniti, ma siamo ben lontani dalle favolose “ciliegie” del passato.

Storie e leggende

Le più antiche miniere di rubini sono in Birmania. Virtualmente estinte da anni, hanno dato gemme di un intenso color carminio chiamato “sang de pigeon”. Erano queste le pietre con cui i maraja adornavano le loro amanti facendo nascere, tra le mogli, la leggenda del potere jettatorio del rubino. In realtà Frederic Portal, studioso francese autore di un trattato sui colori simbolici, ha scritto: “era un sinistro presagio se cambiava colore, ma quando riprendeva la sua bella tinta purpurea, il malanno era passato”. Difficile crederci, ma questa pietra fu utilizzata per preparare rimedi contro le emorragie. Anche la tradizione russa gli attribuiva benefiche virtù par il cuore, il cervello, la memoria e la circolazione sanguigna.

Gode di pessima fama, invece, un anello con un “sang de pigeon” da 32 carati che apparteneva a Luz Mila Patino. Figlia del re boliviano dell’acciaio, sposata al conte di Boisrouvray, ingegnere minerario con l’hobby di collezionare gioielli, la signora ebbe una vita costellata di tragedie. Alla fine degli anni 80, la figlia Albina di Boisrouvray mise all’asta da Sotheby, per istituire una fondazione con scopi scientifici e culturali, tutti i 67 straordinari gioielli della collezione materna. Per l’incrsdibile anello, un facoltoso e coraggioso anonimo compratore pagò 4,2 milioni di dollari, record mondiale per la vendita di una pietra colorata.

Il più romantico oggetto prezioso realizzato con queste pietre? Un cuore rosso trafitto contornato da brillanti: regalo di Gustavo Adolfo di Svezia al suo grande amore Emma Brahe.

Consigli pratici 

Il primo è addirittura banale: non crediate di spendere poco. Il prezzo delle pietre preziose colorate ed in particolare dei rubini sale vertiginosamente. Le riserve minerarie sono scarse ed è sempre più difficile trovare una pietra di una certa grandezza. Poi non è vero che a colore corrisponde il valore: ci sono molte più variabili da tenere presenti, impossibile una stima senza essere degli esperti. Inoltre il rubino ha un’infinità di parenti poveri con cui viene confuso: tormaline, zirconi, granati, essoniti e spinelli. Come se non bastasse le imitazioni sono tacnicamente perfette.

I “rubini ricostituiti” sono gemme ricavate in laboratorio fondendo schegge di pietre vere, Col calore, infatti i rubini perdolno lo stato cristallino per acquistare quello vetroso. Ci sono storie tremende di signore che hanno letteralmente cotto i rubini di famiglia. “Lavateli in acqua tiepida con sapone neutro e teneteli lontani dai diamanti”, consigliano tutti i gioiellieri.

Contemporaneamente i migliori tagliatori del mondo sembrano divertirsi molto a realizzare opere di vera geometria come i rubini o gli zaffiri stellati. Si tratta di un taglio cabochon, cioè a semicerchio liscio, costruito intorno a un tipo particolare di inclusione naturale. Seguendo proporzioni tanto esatte quanto misterise, si ottiene una pietra che rivela una stella a sei punte orientate regolarmente in base alla luce.

Diamante: la pietra di luce

Prendete una normale matita. strofinatela su un foglio, oltre al tratto dovrebbero rimanere tracce di grafite, il minerale con cui si fanno le mine da disegno. I diamanti hanno la stessa composizione chimica:comunissimo carbonio ma con un punto di fusione pari a 6900 gradi Fahrenheit e il più alto indice di durezza conosciuto tra i minerali. Per rompere un diamante ci vuole un altro d.iamante oppure la sfortuna enorme di colpirlo prpprio nel punto di rottura. C’è da rabbrividire alla sola idea.

I diamanti non sono solo belli e preziosi: fatti di luce e limpidezze, hanno nella materia l’eterna perfezione delle cose immateriali.

STORIE E LEGGENDE

I primi diamanti vennero estratti 2.800 anni fa in India dove, ancora oggi, si pensa che siano l’ultimo stadio evolutivo di un embrione minerale. Per questo gli indiani definiscono “diamanti immaturi” i normali cristalli, mentre davanti ai diamanti veri parlano di “perfetta maturazione e simbolo d’immortalità”. Non meno poetici i greci pensavano che fossero frammenti di stelle caduti sulla terra oppure lacrime degli dei. Secondo Plinio e Leonardo sono il talismano universale, capaci di rendere innocui i veleni e le malattie, di allontanare gli spiriti malvagi ei brutti sogni.

La tradizione russa dice che impediscono la lussuria e favoriscono la castità, ma non è questo il motivo dell’usanza di regalare alle donne un anello di fidanzamento con diamanti. A cominciare fu nel 1477 l’arciduca Massimiliano D’Austria che sosteneva di aver conquistato Maria di Burgundia solo perchè le aveva messo un diamante sull’anulare sinistro: il dito in cui, secondo gli antichi, scorre la vena dell’amore. Visto che all’epoca non si conoscevano le moderne regole del taglio, i diamanti prediletti dagli orefici erano quelli a forma di romboedro, più facili da incastonare del classico ciottolo di scavo. Montati in modo che almeno una delle punte sporgesse dal castone, i diamanti cinquecenteschi ispirarono ai nobili inglesi un curioso strumento di corteggiamento: incidersi messaggi sui vetri. Famosi quelli scambiati tra Elisabetta I e il suo favorito, Sir Walter Raleigh. “Volentieri salirei ma ho paura di cadere”, scrisse lui sulle finestre della camera di lei. E la Regina, dotata di diamanti ben più grossi oltre che di un pessimo carattere, incise come risposta: “se il cuor ti manca, resta dove sei”. E pensare che in francia lo chiamavano “pietra di riconciliazione” e ritenevano che allontanasse la collera dai matrimoni. Dello stesso avviso doveva essere Richard Burton che, nel 1969, comprò da Cartier un diamante tagliato a goccia 69,42 carati per sua moglie Liz Taylor. Nessuno sa cosa le avesse fatto e quanto pagò una gemma battezzata “Taylor-Burton” perfino sui testi di gemmologia. Di certo lei l’ha sposato due volte e quando nel 1978 ha rivenduto il gioiello, parte del ricavato è servito per costruire un ospedale nel Botswana.

Di ospedali se ne potrebbero costruire uno per ogni abitante dell’Africa vendendo un paio di tesori ornati di diamanti conservati al Topkapi di Istambul:  per esempio il Kasikoi Diamond, una pietra di 84 carati a forma di cucchiaio oppure i due candelabri di oro massiccio ognuno tempestato da 6.666 diamanti, tanti quanti i versetti del Corano.

DIAMANTI DA FAVOLA

Scagli la prima pietra chi non ha mai sentito parlare di Koh-I-Noor. E’ conosciuto fin dal 1300 e secondo la leggenda possederlo significherebbe avere il dominio del mondo. Quando nel 1850 la Compagnia delle indie lo regalò alla Regina Vittoria d’Inghiterra, sembrava probabile. Lei lo fece tagliare ad Amsterdam (all’epoca pesava 186 carati) dandogli la splendida forma ovale che ancora oggi tutti possono ammirare nella Torre di Londra. Oltre a questo ci sono un’infinità di diamanti leggendari. Il Cullinan, per esempio, è in assoluto il più grande del mondo. Quando venne estratto grezzo dalla miniera Premier del Sud Africa pesava la bellezza di 3.106 carati. Acquistato dal governo del Transvaal, fu donato a Edoardo VII che lo fece tagliare in nove pietre importanti – tra cui la celeberrima Star of Africa incastonata nello scettro dei reali inglesi – e96 brillanti più piccoli. Mitico, ma purtroppo scomparso, il diamante “fiorentino” che nel 1657 faceva parte del tespro del Granduca di Toscana. Arrivò con la sua caratteristica forma a mandorla e l’impareggiabile color giallo oro, fino al matrimonio dell’Imperatrice Maria Teresa d’Austria con Francis Stephen di Lorena. Alla caduta dell’impero asburgico spari’: 137,27 carati di cui non si sa più niente. Interessante anche la storia di un altro diamante giallo, il Cuban Capitol, molto più piccolo (23,04 ct) ma incastonato come pietrea miliare nel pavimento del Campidoglio dell’Avana. Di questi ce ne è una quantità imbarazzante tra le antiche proprietà degli zar. Chi visita il Russian Treasury di Mosca non può che rimanere esterefatto davanti ad una spilla da appuntare sui finimenti del cavallo: 999 brillanti grandi come nocciole. Ma il pezzo forte della collezione può sfuggire a chi ignora che il fermaglio di un antico braccialetto indiano finemente smaltato è un diamante, non una lente d’ingrandimento. Si tratta del Russian Table: una pietra da 25 carati tagliata a tavola per essere usata come portaritratti. Sempre al Cremlino si può ammirare un’altra meraviglia: lo Shah, 88,70 carati di forma irregolare su cui sono stati incisi i nomi dei primi tre proprietari. La faticosa usanza fini’ con Nicola I che nel 1829 ricevette la gemma dallo Scià di Persia. Numerosissime le pietre straordinarie provenienti dall’India tra cui il Regent che da grezzo pesava 410 carati, fu trovato da uno schiavo nel 1701, venduto al primo ministro inglese William Pitt, rivenduto al Duca di Orleans reggente di Luigi XV che lo incastonò nella propria corona. Quindi passò nelle mani di napoleone, o meglio, nell’elsa della sua spada. Adesso è al Louvre. Un consiglio spassionato. se per caso fesse rimesso in commercio il diamante Hope Blu che è in bella mostra allo Smithsonian Institute di Washington, stategli alla larga perchè porta sfortuna. Apparteneva a Luigi XIV che certo non ebbe vita facile. Fu rubato durante la rivoluzione francese. Ricomparve a Londra nel 1830, legalmente acquistato da Henry Philip Hope che fini’ in miseria con tutta la famiglia nonostante la vendita del diamante blu a Edward McLean avesse fruttato parecchio. Anche questultimo mori’ poverissimo…e poi dicono di non credere alle leggende! 

LA REGOLA DELLE QUATTRO C

I diamanti si giudicano in base a quattro caratteristiche diverse che, combinandosi tra loro, determinano il valore della gemma. Sono dette “4 c” ovvero: carat weight (peso in carati), clarity (purezza), colour (colore), cut (taglio). Il peso delle pietre preziose -e di conseguenza la loro grandezza- si calcola in carati, un’unità di misura che anticamente era costituita dai semi dell’albero di carrubo ma oggi corrisponde a valori precisissimi fissati a livello internazionale. Ogni carato corrisponde a un quinto di grammo (0,2) e si divide in 100 punti. Per esempio se state comprando un diamante di 25 punti questo pesa un quarto di carato: 0,25 gr. La purezza invece, è una cosa che si valuta approssimativamente a occhio nudo, ma prima di fare un investimento serio sarebbe bene chiedere l’intervento di un esperto. Infatti quasi tutti i diamanti contengono tracce di carbonio non cristallizzato chiamate “inclusioni” che fanno di ogni pietra naturale un pezzo unico, come le impronte digitali dell’uomo. Più piccole sono e meglio è ma raramente ci si trova davanti a gemme definite “pure alla lente”. Qualora ci fossero inclusioni visibili a occhio nudo il valore della gemma diminuirebbe sensibilmente. Parlando di colore entriamo nel campo dei gusti personali senza però dimenticare un paio di regole base. Di solito il diamante è incolore ma per interferenze chimiche può assumere diverse colorazioni che, a seconda delle tonalità, aumentano o diminuiscono il suo valore. In natura ce ne sono 14 che, in ordine di pregio, vengono classificate: rosso brillante; viola; verde chiaro; blu zaffiro; azzurro; rosso scuro; rosa; giunchiglia; giallo chiaro; bianco con tonalità rosa, azzurre, violacee o verdoline; bianco; paglierino; bruno; nero.  I gemmologi preferiscono indicarli con sigle misteriose come “H Colour”. Questo, che poi sarebbe il bianco, è il più venduto in italia dove, secondo un’indagine della Doxa, il 50 per cento delle donne sposate ha ricevuto un anello di fidanzamento con diamanti.Esistono in commercio gemme di discreta grandezza e particolarmente colorate il cui valore intrinseco è però piuttosto scarso. Si tratta dei cosiddetti “diamanti bomoriobardati”: pietre che vengono irradiate in laboratorio per nascondere sotto sfumature cromatiche affascinanti vistosi difetti. Riconoscerle ad occhio nudo non è difficile: una delle proprietà intrinseche del diamante sta proprio nella eterna danza della luce. Un “bombardato” per quanto grande, ben tagliato e montato ad arte non avrà mai la viva luminosità di una gemma bella di natura. Citando la luce entriamo nel vivo del taglio. Ce ne sono un’infinità e dipendono dalle caratteristiche della pietra. In ogni  caso in un diamante ben tagliato la luce deve essere riflessa dalle faccette del padiglione per fuoriuscire dalla perte superiore della pietra. Il taglio più classico, addirittura diventato sinonimo di diamante, è quello a brillante, tecnicamente detto “taglio Amsterdam”: di forma rotonda oppure ovale, con 32 faccette superiori, 24 inferiori e una tavola dalle proporzioni perfetto sopra. Quando la tavola è appena appena più grande si perde unpò di brillantezza ma le dimensioni della gemma sembrano maggiori. In questo caso si parla di taglio “Anversa”, mentre il taglio “America” è esattamente il contrario. Si sappia che i diamanti a “navetta” o “Marquise” sono a forma di asola con due punte ben definite; quelli tagliati a “smeraldo” dovrebbero avere una purezza al di sopra di ogni sospetto perchè sono dei semplici rettangoli smussati ai lati; lo stesso dicasi per i “carrè” che sono quadrati, mentre il taglio a “cuore”, a “goccia”, a “triangolo” va benissimo per chigià possiede un brillante tradizionale. Chi volesse acquistare un diamante d’epoca sappia che fin dai primi anni del secolo scorso si tagliavano a “rosa”, una specie di semisfera, cioè 24 sfaccettature su base piatta.